AMLETICA

martedì, 06 maggio 2008

Cos'hanno in comune Marin Marais e Jimi Hendrix? Cosa diavolo hanno in comune un compositore del Seicento che scrive per viola da gamba e un cappellone del Novecento che suona la chitarra elettrica coi denti? Ecco. Mettetevi comodi perché adesso ve lo racconto e non è una storia breve. Signore e signori - e mi si legga con impennata vocale - qui si tratta di luminescenza angelica, di pura grazia carnale! Questa storia inizia anni e anni fa or sono. Figuratevi! Erano i tempi in cui i nastri magnetici giravano e i mangianastri ruminavano. Un giorno, ascoltando la radio, ebbi una folgorazione. Per dindirindina! Che suono è mai siffatto che scuote le mie orecchie e la mia pelle tutta, senza dimenticar budella e cuore? Che divina creatura mi incanta? Quale sireneico approdo mi indica? Mai prima di allora avevo sentito la voce di uno strumento così profondamente. Era un violoncello. E chi lo stava suonando doveva essere per certo il Violoncellaio magico! Così, ogni volta che posso vado ad ascoltarlo dal vivo costui e l'altra sera sono andata. E in una sala scandalosamente vuota, ho scoperto cos'hanno in comune Les folies di Marais e Angel di Hendrix. E molte altre cose ancora. Seduta in terza fila, ce l'ho davanti il Ruggeri del Seicento, adagiato docile in attesa. Il Violoncellaio magico entra in scena vestito comodamente come se andasse a prendere una birra con gli amici. Il legno morbido del palco ne solleva i passi. Applausi. Sono così vicina che posso quasi toccarlo, diventare un violoncello anch'io e farmi abbracciare per sempre dalla musica. Abbracciami abbracciami, penso. E lui, il Violoncellaio, zitto zitto abbraccia il magico strumento. Il Ruggeri del Seicento finalmente si risveglia, canta, ride, piange, tossisce, mugola, protesta. I suoni si rincorrono, i due corpi non si staccano l'uno dall'altro. Guarda! Guarda come oscillano insieme, vibrano insieme, respirano insieme, senti il diaframma dell'uno sulla cassa dell'altro, la piega del braccio dell'uno sulla curva di legno dell'altro, le dita insaziabili dell'uno sulle corde vogliose dell'altro. L'incanto è totale. Hendrix o Marais, Hindemith o Rolling Stones, scivolano tutti lungo quelle corde, senza confine d'epoche. Chiudo gli occhi e mi ritrovo a piangere di gioia, a ridere e suonare l'aria con le dita. Che voce ha il violoncello, mi spalanca, malinconica struggente brillante ironica. Il Violoncellaio intanto non ha proprio pudore. Acustico e elettrico convivono. Amplificazioni, sequenze registrate e moduli sovrascritti, distorsioni, improvvisazioni, percuoter di cassa, batter di piedi e stridore di crini, melodie e giochi. <No no niente Bach stasera. Pensavo più a qualche sequenza a cui sto lavorando (si gratta il mento, ndr), però non lo so perché devo contenermi in un'ora ma quando suono chi lo sa> dice il Violoncellaio. Allora suona pezzi dal suo Dante, dai Beuys Song. Lamentatio. <Poi... fatemi pensare... Ci sono i Beatles, c'è quel pezzo di cui però non mi ricordo mai il titolo... vabeh vediamo>. I Beatles? <Poi ci sarebbero pure i Rolling Stones e poi vi farei dei blocchi di tre o quattro pezzi e vi dico cosa sono e però no...>. No? <Prima vi faccio Hendrix, la conoscete Angel?>. Flyyyy ooon flyyyy sweeet angeeeeel la conosco la conosco! <Sì è rock, ma è molto barocca sul violoncello. E poi a seguire vi faccio Marais, che scrive per viola da gamba ma è come se avesse anticipato il dna del violoncello e...>. E? <Oppure no magari prima vi faccio Marais e poi Hendrix... Oppure li faccio insieme...>. La sala è tutto un intreccio di ridolini e bisbigli divertiti, <ma insomma che ci suona? è proprio pazzo>. Pazzo magico Violoncellaio. Ma dove va adesso? Si alza, solleva il Ruggeri e suona portandoselo a spasso, ma cosa fa ma cosa fa? Poi pausa. Stacca l'archetto dal violoncello e pausa, però il suo braccio continua a suonare l'aria e la musica nel silenzio c'è, la sento porca paletta, c'è musica in quella pausa! Cosa penseranno i signori amici della musica adesso santi numi? Mi guardo intorno e nel buio incontro solo volti beati. Che delizia il violoncello che delizia. E dopo la pausa, di nuovo via! sulle corde alla velocità della luce che come caspita fa, ha un braccio bionico il Violoncellaio! L'archetto intanto poverino alla fine del concerto è un ronzino spelacchiato. Fine. Il Violoncellaio e il violoncello ringraziano. Inchino. Sorriso faccia furbetta. Fuori. Nooooo. Encore! Applausi applausi applausi. Rientrano! <Mi aspettate un attimo?> chiede il Violoncellaio. La sala s'acquatta sul punto interrogativo. <Torno subito, è che ho lasciato una cosa in camerino...>. Punto interrogativo. <Una cosa per l'archetto che non ce la fa più...>. Punto interrogativo. <Torno subito!> e salta via a grandi passi dietro le quinte. Ha per caso chiesto se lo aspettiamo un attimo? La sala esplode in risate. E chi se move?! Tre bis per una magnifica serata. Esco dal concerto saltellando felice come una bambina a cui hanno regalato la prima bambola di pezza. Sono in stato di grazia. Ho voglia di vivere. Saltello per le scale che ridiscendono nella conca di città scura impegnata nei riti del sabato notte, saltello come se ancora seguissi il Violoncellaio magico, saltello e rido. Ora so cos'hanno in comune Hendrix e Marais. Grazie a quei due esseri magici, il Violoncello Francesco Ruggeri, il Violoncellaio Giovanni Sollima. 


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venerdì, 02 maggio 2008

ed ecco a voi, siore e siori, il mantra del mese di maggio è

gnahhhaa!


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giovedì, 01 maggio 2008

Spolverando e rovistando sotto i cumuli di morchia d'aprile, ho scovato un pezzetin di sole, un germoglietto verde e rrrabìto di erba potata a febbraio. Un pezzetin di maggio!


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mercoledì, 30 aprile 2008

C'è qualcosa di magico, vitale appassionato, nella musica di Ravel. Ogni volta ogni singola volta che l'ascolto mi sembra una scoperta. Quando entro nella sala, la esploro cercando tra i posti rimasti liberi quello da cui posso scorgere la tastiera e le mani della pianista. Ho letto il programma ma non so realmente cosa mi aspetta. So solo che ho voglia e bisogno di musica, di ritrovare la musica, come un amico con cui hai litigato e senza il quale però non puoi farcela. Ti manca troppo, è parte della tua vita in modo così viscerale che litighi con lui perché stai litigando con te. E allora sono qui. Per fare pace con la musica e con me. La pianista entra, bellissimo corpetto turchese da fatina che mi fa sorridere e rilassare. Il pubblico la applaude, lei si siede. Alza le mani e le appoggia in silenzio sull'ottava centrale. Inspiro. Ravel. Sonatine. Primo movimento. Modéré. Fa diesis minore. Sobbalzo come se non mi aspettassi ciò che sento. Ogni volta così, Ravel. Ogni volta mi fa questo scherzo. C'è qualcosa, qualcosa che mi muove profondamente e commuove nella musica scritta da Ravel e ogni volta penso che nonostante sia famoso, è una fama superficiale, banale, liquidata rapidamente senza profondità perché non se ne può fare a meno, perché non gli si può non riconoscere valore. Ma non è un autore facile da maneggiare, è elegante e a tratti delicatissimo ma forte incredibilmente potente e diretto. Questo è l'effetto che mi fa ogni volta. Ha l'eleganza e la forza del mare, imprevedibile nelle sue variazioni, in quello che racconta se il fraseggio del pianista è aderente all'anima di Ravel, imprevdibile nei movimenti, nelle risoluzioni. Ascolto e vedo onde che si ripetono, sì, eppure no, non puoi prevederne il corso, l'evoluzione, il tempo, il respiro. La musica di Ravel mi spoglia, mi disarma. Non so se è un effetto diffuso tra altre persone, ma ogni volta che lo ascolto penso che Ravel ti chiama a guardare il cuore delle cose, ti mette a tuo agio e poi ti smaschera ed è per questo che viene liquidato con una fama facile. Ah sì Ravel, quello del Bolero. Tutta la musica di Ravel che ho ascoltato finora, è un invito a lasciarsi andare, ma realmente, senza l'appiglio di smancerie (e troppe esecuzioni secondo me purtroppo ne risentono...) o sorrisi di circostanza. Ravel vuole che tu vada dritto alla magia e al magnifico impenetrabile enigma delle cose con tutte le sue contraddizioni incomprensibili. Rovista lì dentro perché sta tutto lì dentro. La musica di Ravel invita chi ascolta ma anche chi suona, all'intimità disarmante delle cose. Allegra nostalgica essenziale giocosa appassionata misteriosa. L'intimità delle cose.


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venerdì, 25 aprile 2008

Resistenti
Leva militare ‘926

Il teatro civile è questo. La resistenza è questa. La resistenza oggi. Andare a cercare da vicino le storie prima che svaniscano, seguirle, ascoltarle, accorgersi della loro complessità e rispettarla senza tagliare con l'accetta il bianco e il nero per rendere comprensibile ciò che non lo è. E solo poi, raccontarle. Roberta Biagiarelli in questo è bravissima e fa un lavoro necessario. Un'attrice che le storie se le scrive dopo averle seguite da vicino e non le taglia con l'accetta per renderle "comprensibili". Come fai a capire la guerra e certi massacri? Anche se poi, attraverso il suo racconto quelle storie per magia diventano realmente comprensibili. Attraverso la narrazione precisa, piena di riferimenti storici, di date e nomi e manovre, ma fatta di voci, di umanità, di paradossi banali e quotidiani, di coinvolgimento. A come Srebrenica. Reportage Chernobyl. Resistenti. E tu ascolti e poi piangi. Pensi. Ridi. Ti indigni. Ti stupisci. Capisci. Ti si svuota lo stomaco. E piangi di nuovo. <Non si può dire quanto è feroce un uomo se si mette a far la guerra>. In Resistenti racconta i ragazzi del piacentino, quelli della leva '926 che salirono sulle montagne per non aderire alla repubblica di salò. Allora appena diciottenni. Oggi vivi tempra dura memoria rocciosa, che vivono vite da ottantenni, fanno i nonni, combattono col diabete, si fanno il grappino al bar prima di tornare in case sole e vuote, ricordano chi non c'è. Franco, Nando, Eligio, lo Stalin socialista autodidatta, il Tasso fratello della Pierina detta Stella. Che faceva la staffetta. A 18 anni dovevi scegliere. Da una parte o dall'altra. <Quattro ore andare, 2 minuti consegna armi, appunti, messaggi, poi su in bici di nuovo quattro ore a tornare. Totale missione 8 ore e 2 minuti. Sono stati gli anni più belli della mia vita, c'era amicizia, c'era fratellanza. Sono stati brutti quegli anni, ma anche belli. Dopo ho fatto la casalinga. E la zitella. E non ho smesso un'ora di fumare>. Il teatro civile per me è questo. La resistenza per me è anche questa. Ascoltare, seguire, raccontare le storie - anche quelle più assurde e incomprensibili e dolorose - prima che svaniscano.    


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mercoledì, 23 aprile 2008

Ho una, solo una cosa da dirti. Sissignore, una sola cosa da dirti e non la ripeterò. Nossignore, non la ripeterò perché è una, una sola cosa che ti devo dire, una sola. E ricordatela quando ti chiederò ti ricordi quella cosa quella sola cosa che avevo da dirti quella volta ti ricordi eh ti ricordi? Ti ricordi? 
Bene. 
  


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lunedì, 21 aprile 2008

domanda.

ma se le lettere che usiamo per comporre le parole avessero un prezzo, un po' come nei vecchi giochi a quiz dove si comprava una vocale, si avrebbe o no una riduzione delle fesserie impunemente pubblicamente pronunciate?  
mumble.
probabilmente no. anzi, ci sarebbero certamente un mercato nero e uno smercio illegale di fonemi.
mumble.
e se imponessimo una dotazione, un tetto massimo di suddette fesserie impunemente pubblicamente pronunciate, cambierebbe qualcosa? ci sarebbe più rispetto per significanti e soprattutto significati?
mumble.
bisognerebbe valutare la dotazione minima di fesserie che non è detto sia meno innocua e poi stabilire i criteri di valutazione perché c'è fesseria e fesseria e poi qualcuno chiederebbe il garante e poi tanto scadrebbero i tempi di giudizio.
mumble.


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domenica, 20 aprile 2008

con tutti i pensieri di questi giorni, ho dimenticato la cosa più importante. prima ancora di vederle, quei portenti di aerodinamica e eleganza aerea, le ho sentite ridere. tictictictic. ridono con quel tictictictic all'unisono in stormo frenetico e improvviso che arriva da chissà dove e ti fa tenere il fiato mentre le ascolti schizzare via di nuovo alla velocità della luce tenendo la curva di palazzi e alberi senza scalare. tictictictic. tictictictic. quanto sono belle. sono tornate le rondini.


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mercoledì, 16 aprile 2008

<Se si potesse indurre la parte civile dell'umanità a desiderare la felicità propria più del dolore di qualcun altro, se si potesse indurre a lavorare costruttivamente per ottenere dei miglioramenti che essi condividerebbero con tutto il mondo, anziché distruttivamente per impedire che altre classi o nazioni li battano sulla via della concorrenza, l'intero sistema col quale viene compiuto il lavoro del mondo potrebbe venire riformato da cima a fondo nel giro di una generazione>.
(da Socialismo, anarchismo e sindacalismo di Bertrand Russell, tr. di C. Pellizzi)

Più rileggo questo testo di Russell del 1918, più lo sconforto mi prende il cuore. Una volta ne coglievo solo la portata rivoluzionaria e mi facevo contagiare dall'entusiasmo nel concepire un vivere comune basato sulla felicità e sulla realizzazione personale che porta a quella comune o che ne dipende in un rapporto virtuoso. Oggi invece ne colgo l'utopia. Oggi, l'illuminata magnifica virtuosa perfettibile dignitosa architettura civile e sociale che Russell disegna mi pare fondata su materiali rarissimi e che il sistema considera troppo rischiosi da produrre o coltivare e distribuire: la buona fede e la solidarietà prima di tutto. Di conseguenza la fiducia, il rispetto, la correttezza, la responsabilità individuale prive di avidità personale. Russell qui parla anche di devoluzione, ma il presupposto è la buona fede del governo e della comunità che avverte un bisogno specifico, non certo l'avidità, la corsa ad approfittarsi di altri e il disprezzo altrui. Russell parla anche di abolizione della schiavitù (nel senso anche di timore e dipendenza da un salario e conseguente accettazione di mali non necessari) da cui poi discenderà anche la fine della povertà. Parla di retribuzione del merito e della disponibilità al lavoro, di indipendenza economica delle mogli dai mariti, di rapporti umani che hanno come radice comune la libertà reciproca, di garanzia dell'educazione e distribuzione gratuita di generi di prima necessità a carico di tutta la comunità, di valorizzazione degli interessi istintivi dei ragazzi, di progresso della scienza grazie alla libertà intellettuale, di ambizione rivolta a forme più nobili rispetto a quelle che vengono incoraggiate da una società mercantile. Parla soprattutto di beni non economici e di benefici all'umanità. Ah Bertrand Bertrand, che scenario distante dall'attuale il tuo...
Giro e rigiro tra le mani questo libretto azzurro. Sarà pure datato 1918, ma secondo me in realtà Russell è un uomo del futuro e questi sono appunti del suo diario astrale. Non sappiamo quando, ma seminando e annaffiando Utopia, prima o poi...


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martedì, 15 aprile 2008

LA DOMENICA DELLE SALME - Fabrizio De Andrè (qui per ascoltarla)

Tentò la fuga in tram
verso le sei del mattino
dalla bottiglia di orzata
dove galleggia Milano
non fu difficile seguirlo
il poeta della Baggina
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina
gli incendiarono il letto
sulla strada di Trento
riuscì a salvarsi dalla sua barba
un pettirosso da combattimento

I Polacchi non morirono subito
e inginocchiati agli ultimi semafori
rifacevano il trucco alle troie di regime
lanciate verso il mare
i trafficanti di saponette
mettevano pancia verso est
chi si convertiva nel novanta
ne era dispensato nel novantuno
la scimmia del quarto Reich
ballava la polka sopra il muro
e mentre si arrampicava
le abbiamo visto tutto il culo
la piramide di Cheope
volle essere ricostruita in quel giorno di festa
masso per masso
schiavo per schiavo
comunista per comunista

La domenica delle salme
non si udirono fucilate
il gas esilarante
presidiava le strade
la domenica delle salme
si portò via tutti i pensieri
e le regine del ''tua culpa''
affollarono i parrucchieri

Nell'assolata galera patria
il secondo secondino
disse a ''Baffi di Sego'' che era il primo
-- si può fare domani sul far del mattino –
e furono inviati messi
fanti cavalli cani ed un somaro
ad annunciare l'amputazione della gamba
di Renato Curcio
il carbonaro

Il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
-- voglio vivere in una città
dove all'ora dell'aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo – 
A tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile, un cannone nel cortile

La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare
- quant'è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare -

Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz'oretta
poi ci mandarono a cagare
-- voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
coi pianoforti a tracolla travestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l'Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avete voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo —

La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c'erano i segni
di una pace terrificante
mentre il cuore d'Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta...


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